Tokyo later diary _cap.1_Introduzione

Non ho mai scritto un diario di viaggio, non credo sia solo per pigrizia, credo che sia perché io sono una dal metabolismo lento. Impiego tempo a far scendere le immagini e le sensazioni giù nell’apparato digerente delle emozioni, dei ricordi e delle riflessioni e nel tempo che restano li a macerare vengono scomposte nelle loro parti strutturali, si confondono, scopro nuovi sapori e li condisco con la nostalgia.

Alla fine arriva un resoconto.

Certo, forse non è oggettivo e immediato, ma nessun diario di viaggio dovrebbe esserlo. Un diario di viaggio dovrebbe esser farcito di imprecisioni, mezze fantasie e storie non concluse, perché chi viene dopo, chi si accoda al diario deve completare lo stesso viaggio con altri occhi.

Questo è un pezzo del mio Giappone:

Pensavo che avrei scattato più fotografie. Certo non sono poche, ne conto quasi 1000 ma nella mia testa il catalogo delle immagini è infinitamente più grande. Il Giappone è come te lo aspetti ed è completamente diverso.

Il mondo in Giappone è bianco e grigio, come i vestiti degli impiegati è rosso come i tetti dei templi, e colorato come una caramella nei vestiti degli adolescenti ad Harajuku e ad Akihabara, è silenzioso come la pioggia leggera leggera nel bosco, sa di pesce e alghe, è caoticamente ordinato come solo l’incrocio di Shibuya può essere, ti tappa le orecchie a causa della pressione quando sali al 51 piano di un hotel per prenderti un dolce al bar, e’ verde di una natura profondamente bella. E’ elegante. Di quella eleganza orientale che tanto piace a noi europei.

Non so se esiste un mal del Giappone come per l’Africa, però io ogni tanto un ricordo risale su dall’apparato digerente delle emozioni e ne riesco a sentire ancora il sapore.