A SanRemo vincono i ricordi saltando nelle pozzanghere

Non guardo San Remo, non l’ho mai visto, no per snobismo o per altro, non mi interessa. Ho la mia musica, quella che scelgo prestando l’orecchio al mondo, alla radio, alle recensioni, alla curiosità.

Il Festival non mi interessa.

Quest’anno poi meno che mai, partendo dalla redenzione Morganiana against drugs,  attraverso il rigurgito femmista interpretato egregiamente dalla Clerici(Dio mio, santissimo, dai fornelli alla spada del diritto all’ugualianza, passando per abiti candelieri ed elogi alla ciccia…), fino alla gran carica finale di monarchica memoria condita dal caravanserraglio orchestrale.

No, grazie, non mi interessa.

Però leggo, ho letto le recensioni, le critiche, le polemiche e anche una piccola riga (e non mi ricordo chi l’ha scritta) che diceva che l’unica cosa buona della musica che veniva vomitata fuori da SAnRemo era lo stacchetto musicale.

Lo Stacchetto. Non uno Stacchetto qualsiasi, ma uno stralcio di Hoppipolla dei Sigur Ros.

Hoppipolla?Curiosa fonetica che starebbe bene tra le fauci di un Teletubbies, viene fuori dall’orrore sanremese.

Mi sono incuriosita. Incuriosita perchè ho sempre ascoltato i Sigur Ros distrattamente ripromettendomi di “rifletterci dopo” (ci penserò domani diceva Rossella), dopo è arrivato e ho messo su un po di dischi della gelida Islanda.

Ma che ci avranno i Sigur Ros con Sanremo?Niente è la risposta banale e immediata. Niente di niente.

Ho riaperto Hoppipolla, e ho guardato il video.

Significa in Islandese saltare nelle pozzanghere, come fanno i bambini, solo che nel video non ci sono bambini che giocano, ci sono anziani, vecchiette e vecchietti vestiti da pirati che giocano tra strade alberi e cimiteri.

E li mi sono fermata. L’ho visto e rivisto. E mi sono fermata.

Ci sono pensieri e cose che tieni ferme, non nascoste, ferme. Per evitare che il loro movimento ti sconquassi il fragile disequilibrio che coltivi con ardore. Ho pensato a mia nonna, alla sua capacità di descrivermi mondi reali e irreali, di insegnarmi forza e debolezza e di mostrarmi anche gli errori, prima che i miei, i suoi. A mia nonna che è ancora li a casa sua persa però in un nuovo mondo, che non è riuscita a spiegarmi e che io faccio fatica ad immaginarmi. Agli occhi della badante Georgiana (non avevo mai immaginato prima il mondo della Georgia, e che caso, il mio stesso nome) che la accudisce con delicatezza (se non con affetto) e alla mia fatica nel provarci  a starle vicino in questo nuovo posto.

Allora, l’ho fatto. Ho provato a cercare una strada, ad immaginare che tra quei vecchietti che saltavano nelle pozzanghere ci fosse anche lei a condurre la guerra tra pirati, tra foglie secche e cappelli di lana colorati. Dispetti  e sorrisi.

Ieri sono andata da lei, dormiva.

Secondo me sognava pozzanghere.

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