אמת [emet] e מת [met] – Tolgo una “e”e il Precariato diventa Possibilità

C’è un gran vociare sotto il cielo.

Nel diario delle parole pericolose ne ho iscritta una oggi:

Precariato.

Wikipedia dice:

Con il termine precariato si intende, generalmente, la condizione di quelle persone che vivono, involontariamente, in una situazione lavorativa che rileva, contemporaneamente, due fattori di insicurezza:

  1. mancanza di continuità del rapporto di lavoro e certezza sul futuro, e
  2. mancanza di un reddito adeguato su cui poter contare per pianificare la propria vita presente e futura.

Con questo termine si intende fare altresì riferimento al cosiddetto lavoro nero e al fenomeno degenerativo dei contratti cosiddetti flessibili (part-time, contratti a termine, lavoro interinale,lavoro parasubordinato). Occorre rilevare che sebbene flessibilità e precariato siano due fenomeni solo indirettamente correlati, ma non sovrapponibili e assimilabili, si caratterizzano entrambi per l’espansione delle forme contrattuali atipiche.

All’interno degli schemi contrattuali c.d. flessibili, il precariato emerge quando si rilevano contemporaneamente più fattori discriminanti rispetto alla durata, alla copertura assicurativa, alla sicurezza sociale, ai diritti, all’assenza o meno dei meccanismi di anzianità e di Tfr, al quantum del compenso ed al trattamento previdenziale. Il precariato si connota soprattutto come compressione dei diritti del lavoratore dentro gli schemi del mercato del lavoro e limitazione, quando non violazione, dei diritti d’associazione sindacale. Soprattutto il precariato intacca la qualità della vita in termini di progettualità personale e sociale.

Con una parola ci resero schiavi.

Sono giorni che rifletto sulla incisività delle definizioni nella creazione di stati di fatto. Guardavo sere fa il film “Generazione 1000 euro” e al di la delle considerazioni relative al fatto che si trattasse di un film gradevole e divertente mi sono sforzata di visualizzare l’immagine del precario che provavano a restituire. Coniando un termine, definendo, hanno limato un mondo, hanno alterato le personalità hanno costruito un super essere monolitico utile ad uso e consumo delle dialettiche politiche.

Se per un attimo si provasse ad immaginare che il precariato/precario non esistono, si potrebbe pensare che lo sforzo della classificazione tenda a costruire limiti e parteri solide entro cui muovere azioni e politiche di scarso effetto e tendenzialmente di corta prospettiva.

Non mi immagino nella condizione di un ipotetico personaggio di generazione 1000 euro o quantomeno non noto sostanziali differenze con i protagonisti di un altro film gradevole del lontano 1994: Giovani Carini e disoccupati.

Nel 1994 non esisteva il precariato, ma esisteva lo stesso immaginario  sociale.

Il precario è un bene ad uso e consumo della politica, del Tg1 e di chi altro si vuole beare in questo brodo di giuggiole.

Io me ne lavo le mani. Mi distanzio da questo modo di vedere il mondo,quanto è capace di influenzare una immagine creata da una parola le azioni delle persone?Quanto pesa il senso di rassegnazione che aleggia in frasi: non lavoro, c’è il precariato…non posso sono precario…tutta colpa del precariato….

Ma come tutta colpa del precariato…questa entità indistinguibile fatta da berlusconiani, baroni , veline e mettiamoci pure gli operai ( che fa tanto comunisti…e pure loro non ci sono più) mi sembra di guardare il Golem dell’0ccidente stanco e annoiato.

La leggenda (ovvero Wikipedia) dice che: il rabbino Jehuda Löw ben Bezalel di Praga, cominciò a creare Golem per sfruttarli come suoi servi, plasmandoli nell’argilla e risvegliandoli scrivendo sulla loro fronte la parola “verità” (in ebraico אמת [emet]). C’era però un inconveniente: i golem così creati diventavano sempre più grandi, finché era impossibile servirsene: il mago decideva di tanto in tanto di disfarsi dei golem più grandi, trasformando la parola sulla loro fronte in “morte” (in ebraico מת [met]); ma un giorno perse il controllo di un gigante, che cominciò a distruggere tutto ciò che incontrava.

Ho la sensazione che ci vogliano convincere che c’è il precariato e come un virus dobbiamo restare ammalati in un letto (a casa di mammà).

Io non sono ammalata, sono  sanissima, ho un mare di idee e di energia. Sono precaria? Da gennaio non lavoro perchè ho dovuto terminare la mia tesi di dottorato che ho discusso il 4 maggio. Da giugno sto provando a capire quale strada prendere (ricerca, lavoro, tutti e due, cambio tutto e mi metto a vendere organic food per strada?). Avevo dei soldi da parte e per adesso mi servono a prendermi questo tempo.

Credo che bisogni cancellare la lettera e- dalla parola verità: precariato. La verità che riconosco non è la creazione di un meta-universo dove io sono una condannato del general Precario.

La parola che riconosco è possibilità.

Tips n.1  – Il tempo: time is money e il capitalismo rullò sull’occidente. Mi serve tempo per capire come strutturare tutto quello che so per farlo diventare fonte di reddito – se lo chiamo lavoro offendo qualcuno? – ho deciso di aspettare l’autunno per prendere decisioni nel frattempo organizzo i passi, le liste todo di cose da fare perchè i cambiamenti non arrivano dalla mattina alla sera, i cambiamenti sono  il risultato di un processo quotidiano. il tempo è un lusso, ma la fretta  un danno.

Tips n.2  – Spazio – capire dove sei professionalmente e dove vorresti essere non è un processo facile. Dovendo lavorare su 2 o anche 3 fronti diversi ti rende da un lato capace di essere multitasking ma daltra parte limita gli approfondimenti. Capire dove si vuole essere sia professionalmente che geograficamente rende gli sforzi di perseguimento dell’obiettivo più organizzabili e forse meno dispersivi.

Spazio e tempo, sono due concetti disintegrati dalla parola precariato, perché dichiara l’inesistenza di spazio  e di futuro.

Per me non è così. Precariato non è la parola della mia verità, non chiamatemi Precaria, io scelgola parola Possibilista ( sono anche divertente, cinica, ma divertente).

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