Weird – cronaca di una sensazione a metà di una stanza

Potrebbe essere un post ad elevato carico emotivo. In realtà non è così.

Le premesse ci sono tutte ma la realtà emozionale che mi riguarda non è mai così scontata come io stessa sono capace di immaginarmela .

Si tratta di questo: stamattina dopo aver portato a termine delle questioni lavorative mi sono concessa una quindicina di minutui dall’estetista (a me basta poco, lo so) . Nel frattempo non molto lontano dal centro estetico una mia amica era in sala travaglio, ho pensato di allungare il percorso e andare a trovarla, consapevole del fatto che non l’avrei vista mi è sembrata una cosa carina andare fuori dalla sala parto e pensare: sono con te.

La storia che voglio raccontare non è questa, che potrebbe essere anche carina, ma i miei pensieri hanno preso una altra strada. Tre anni fa mio padre fu operato al cuore, 4 bypass coronarici e passa tutto. Il tutto in qualche modo non è mai passato se non fosse che si è assestato nella fantastica macchina della quotidianità e  a noi sono rimasti molti dubbi, qualche paura e sopratutto strani ricordi.

Ecco il fatto è che la clinica dove sta  la mia amica è la stessa in cui fu operato mio padre. La contingenza ha fatto si che il reparto di cardiochirurgia sia sullo stesso piano del blocco della sala parto, accade quindi che nell’androne degli ascensori si contendono le sedie sia i parenti delle partorienti che quelli dei cardiopatici.

Inquietante e a tratti interessante commistione, e io oggi mi sono resa conto che contemporaneamente ero tutt’e due.

Ricordo tutto, dalla finestra che rifletteva l’ombra obliqua vicino le scale, le sedie di plastica, il codice per entrare nel reparto ( si lo ammetto, spiai le infermiere e imparai a memoria la sequenza. Credo nelle regole, ma mio padre era quasi morto e io lo ritenni una giusta giustificazione alla mia scorrettezza rispetto agli orari permessi per le visite), i cartelli appesi alle pareti, la luce dell’ascensore. Ricordo la sensazione ogni  volta che uscivo dal corridoio e mi sedevo nell’androne, non ricordo  la mia faccia ma la vedo. Così come vedevo le facce dei parenti delle partorienti, in attesa mista a contentezza. In cardiochirurgia nessuno era contento, anche se le cose andavano meglio  lì non riesci ad essere contento. Senza pretese, ma sarebbe meglio essere anni luce lontani.

Io oggi ero in mezzo all’androne in piedi, a sinistra i volti che attendevano i nascituri, a destra quelli che sperano in una deroga al tempo in scadenza di parenti e congiunti. Io capivo entrambi, ero con un piede da un lato e con  piede dall’altro. Contenta  e inquietata, il tempo e gli strani ricordi passavano sospesi come la luce degli ascensori che non so perché negli ospedali è davvero strana.

Poteva essere un post ad alto contenuto emotivo, potevo spaziare dalla felicità dell’attesa di un nuovo bimbo nella nostra comunità( che c’è e non vediamo l’ora di conoscere) e l’angoscia che poteva riaffiorare ricordando il recente passato.

E invece niente, nessun sentimento contrastante, ma una sorta di sensazione di perplessità, quasi di curiosità, sulla capacità di affrontare, cicatrizzare, ricordare e metabolizzare. Mi sentivo tranquilla e nello stesso tempo mi sembrava di avere i sassi nelle tasche. Ecco, mi sentivo così, ferma ma rallentata, sorridente ma incapace di distogliere lo sguardo dai parenti dei degenti del reparto di cardiochirurgia e pensare. Io lo so, in qualche modo sono ancora li.

Ho sentito la consapevolezza e nel mio caso non è ne dolce, ne amara. Non ha sapore. Ha solo un peso. Quello dei sassi che sentivo nelle tasche e quello del sorriso che avevo parlando del bimbo in arrivo. Quello del doppio sguardo che sapevo di aver, quello delle due Me che vedevo, una seduta a sinistra e una a destra.

Weird, come direbbero gli inglesi.

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